Struttura

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Struttura2018-11-22T15:31:33+00:00
L’edificio, di mole imponente, si sviluppa su tre piani nel corpo centrale e su due nelle sezioni laterali. La facciata presenta al piano terra un ampio portale centrale e una serie di finestre leggermente arcuate. L’imponente costruzione un prospetto di 61 metri. Il primo livello ospita i seguenti locali: portineria;  economato; rettorato; sala mensa; palestra; cortile esterno; aule della scuola primaria; biblioteca; sala rionioni; laboratorio informatico; infermeria; sala informatica; aule per attività extracurriculari. Il secondo livello ospita: aula magna – che contiene numerosi dipinti di Romeo Musa e Marcello Scarano, riproducenti usi e costumi della Regione; laboratorio di informatica; sala per visualizzazione di materiale video; aule del liceo scientifico e della scuola secondaria di primo grado; sale docenti; aule laboratorio liceo; camere e locali del settore convitto; cappella, in cui si trovano tre grandi affreschi di Amedeo Trivisonno e alcune preziose tele provenienti dalla Galleria Pitti di Firenze. Il terzo livello ospita l’appartamento del Rettore, la foresteria e locali privati.

L’edificio, di mole imponente, si sviluppa su tre piani nel corpo centrale e su due nelle sezioni laterali. La facciata presenta al piano terra un ampio portale centrale e una serie di finestre leggermente arcuate. L’imponente costruzione presenta un prospetto di 61 metri.

Il primo livello ospita i seguenti locali: portineria;  economato; rettorato; sala mensa; palestra; cortile esterno; aule della scuola primaria; biblioteca; sala rionioni; laboratorio informatico; infermeria; sala informatica; aule per attività extracurriculari.

Il secondo livello ospita: aula magna; laboratorio di informatica; sala per visualizzazione di materiale video; aule del liceo scientifico e della scuola secondaria di primo grado; sale docenti; aule laboratorio liceo; camere e locali del settore convitto; cappella.

Il terzo livello ospita l’appartamento del Rettore, la foresteria e locali privati.

Lapidi commemorative

Numerose sone le lapidi commemorative presenti nella struttura.
Appena varcato il cancello d’ingresso catturano l’attenzione le 4 lapidi (di cui due di recente applicazione) intitolate a: Achille Sannia, Guido Pittarelli, Nicola Trudi e Enrico D’Ovidio.
Negli ampi corridoi troviamo la lapide commemorativa dell’insigne matematico Giacobbe Mola, professore di lungo corso presso il Convitto.
A seguire le lapidi commemorative di Leopoldo Montini ed Enrico Muricchio (entrambi medaglie d’oro al valor mitlitare), la lapide commemorativa dei convittori caduti durante la Grande Guerra. Fa infine bella mostra di sè la lapide bronzea con la dichiarazione di resa dell’Austria che pose fine al conflitto.
Al piano superiore l’unica lapide rinvenibile è posta all’interno dell’Aula Magna: apposta nel 1921, essa ricorda il seicentenario della morte di Dante Alighieri.

Targhe e quadri commemorativi dei caduti delle guerre

Gli inizi del XX secolo vedono il Convitto pienamente inserito nelle direttive pedagogiche che il Regno d’Italia intese come determinatrici dello spirito generale dell’educazione nazionale. Il regolamento dei Convitti del 1888 assegna ai convitti nazionali il compito di dare “ai giovani un’educazione morale, intellettuale e fisica, atta a  renderli degni cittadini di una patria libera e civile….e prepara alla patria uomini valorosi e pronti alla sua difesa”. Nel giugno del 1915 il convitto fu requisito e destinato ad Ospedale militare e restituito soltanto nel maggio 1919. Del personale docente ed educativo molti furono i chiamati alle armi e che caddero sui campi di battaglia; di essi con grande solennità, il 23 maggio 1920, fu fatta la commemorazione e murata una lapide con testo del prof. Nicola Scarano riportante i loro nomi (vedi sezione precedente); tra essi Leopoldo Montini, medaglia d’oro al valor militare.

Successivamente per 13 di essi veniva fatto eseguire un ingrandimento fotografico e incorniciato; per ciascuno degli altri veniva realizzata  una targa commemorativa.Sia i quadri che le targhe sono rintracciabili lungo i corridoi a piano terra della struttura.

Ad essi si aggiunge un mobile con gigantografia  di uno dei caduti (attualmente posizionato in “Sala Consiglio”.

Gli anni successivi, segnati dal ventennio fascista, videro allungare il triste elenco di ex alunni del Mario Pagano caduti in azioni di combattimento; tra essi Enrico Muricchio, medglia d’oro al valor militare.

Curiosità, foto eventi e …. altro ancora

Aggirandosi all’interno del Convitto, non si può fare a meno di percepire il respiro della sua lunga storia; molti particolari, la struttura, le suppellettili conservate in alcuni ambienti, il grande scalone con il soffitto finemente decorato e con il pregiato lampadario in ferro battuto (grande esempio di maestria artigiana locale) e tanti altri oggetti presenti, ammirabili dai più oppure accuratamente conservati rimandano ad essa.

Le immagini raccolte nella slide laterale ne offrono un esempio.

 All’interno del Convitto numerose sono le opere di pregio artistico.

Sono ammirabili sulle pareti dell’Aula Magna undici quadri ad olio del pittore Romeo Musa elaborati tra il 1928-30 che rappresentano una analisi antropologica ed etnografica dell’intero Molise [Trebbiatura del Molise, olio su tela 500×280 cm (1928); Castello. Termoli 1217, olio su tela 150×230 cm (1929); Rovine Chiesa. Castropignano sec.XIV, olio su tela 150×230 cm (1929); Castello. Castropignano 1155, olio su tela 150×230 cm (1929); Corsa de’ Buoi. S. Martino in Pensilis, olio su tela 150×230 cm (1929); Sagra del Matese. 30-VI-929, olio su tela 240×240 cm (1930); Le Traglie. Gambatesa, olio su tela 240×240 cm (1930); Castello. Carpinone sec. XI, olio su tela 150×230 cm (1929); Aratura. S. Maria della Strada sec. XIII, olio su tela 150×170 cm (1929); Abbazia. S. Vincenzo al Volturno, olio su tela 150×230 cm (1929); Neve. 12-IV-929 [Campobasso S. Antonio Abate] , olio su tela 150×230 cm (1929)]. I colori utilizzati, accesi e realistici, aumentano la veridicità delle immagini che spaziano dalle tradizioni popolari (Traglie di Jelsi e Corsa dei buoi), alla

valorizzazione delle bellezze artistiche (Castello di Castropignano e Abbazia di San Vincenzo al Volturno), fino a concludersi nel lavoro dei contadini con la Trebbiatura del Grano collocata sulla parete di fondo della sala. La tela è uno spaccato di vita contadina e i due cavalli, in primo piano, accentuano la dinamicità dell’opera e del lavoro dell’uomo. Il campo di grano, con il suo intenso colore giallo, domina l’intera composizione mentre le case, le capanne e le strade sono relegate in un secondo piano dove spicca la collina Monforte.

Sulla parete opposta sono appese ulteriori tele: “Cristoforo Co-lombo con figlio in colloquio con i Francescani” da una riproduzione di Grimaldi ed “Un cavaliere Crociato” sempre di Musa.

L’adiacente Cappella è decorata da tre grandi  affreschi del pittore molisano Amedeo Trivisonno: “Adorazione dei Magi”, “Disputa con i Dottori” e “Crocifissione” realizzati nel 1936. Essi ricalcano lo stile del Quattrocento e più precisamente la pittura del Beato Angelico anche se i colori del Trivisonno sono più scuri e poco luminosi rispetto a quelli del pittore fiorentino. Recentemente le ampie pareti dei corridoi hanno consentito anche la collocazione dei numerosi cartoni preparatori eseguiti dallo stesso artista per alcuni dei suoi affreschi.

Nella cappella sono anche conservate due grandi tele, date in deposito al Convitto dagli Uffizi di Firenze il 2 agosto 1897, l’una di Giuseppe Fabbrini, l’altra di Giandomenico Ferretti.

Sull’altare è collocata una Natività, essa rappresenta la nascita di Gesù che appoggiato su un umile scranno viene adorato dalla Madonna e San Giuseppe raffigurati con le mani giunte; sopra di loro un coro di angeli festosi annuncia il lieto evento.

La tela nella composizione e nei colori richiama l’impianto tipico delle opere settecentesche venete, infatti essa è stata data in deposito, nel 1897, dalla Galleria dell’Accademia di Venezia.

Nel Rettorato campeggiano due famosi quadri di Nicola Scarano: “I pellegrini” e “La raccolta del grano”.

Il primo è una tela che inaugura un filone artistico, votato al sacro, che sarà ripreso dal pittore molisano; egli immagina una moltitudine di viandanti che, su una nuda terra,  camminano verso un immaginario luogo sacro avendo come sfondo il montuoso paesaggio matesino. I colori usati sono realistici e l’azzurro del cielo fa da contrasto con i bruni della terra arsa e brulla. Il secondo quadro evidenzia un momento fondamentale della vita contadina dove donne e uomini svolgono lo stesso lavoro, ma con ruoli differenti; i singoli personaggi sono disposti lungo una ideale linea curva che partendo dalla destra si conclude sul carro di raccolta delle messi. Sullo sfondo è riconoscibile il castello Monforte di Campobasso.

Numerosi altri quadri anche di pittori contemporanei (Casertano, Pettinicchi, Guacci, Fratianni) sono inoltre presenti negli ambienti e in diversi locali dell’istituto, in particolare nel foyer dell’aula magna e nel corridoio antistante.

Del giardino del Convitto, fiore all’occhiello dell’intera città e vanto dell’Istituto, si hanno le prime notizie nell’Annuario del 1926, laddove si menziona che “in detto anno (1900), come coronamento dell’opera, il piazzale esterno fu trasformato in un magnifico giardino alborato che, cinto da artistica cancellata, col suo bel verde, non solo mette in rilievo la severa linea architettonica dell’edificio del Convitto, ma viene ad essere ornamento e decoro anche della città”.

Vero gioiello botanico, ricco di specie pregiate e rare, si affaccia su via Mazzini e piazza Gabriele Pepe.

Tra i suoi alberi ci sono esemplari di Cedro del Libano e di Ginkgo Biloba, rari alle nostre latitudini. La prima pianta, proveniente dal Libano e dalla Siria, è stata introdotta nei paesi europei nei secoli scorsi, sia a scopo ornamentale che per la qualità del suo legno. Di origini antichissime, è citata dalla Bibbia come esempio di incorruttibilità e magnificenza. Le foglie aghiformi sono di un colore verde scuro e riunite in singoli ciuffi portati da rametti laterali.

Il Ginkgo Biloba è invece originario della Cina e del Giappone, dove è considerato albero sacro, e fu introdotto in Europa nel diciottesimo secolo come esemplare da orto botanico; successivamente fu coltivato come pianta ornamentale nei giardini. La sua origine è antichissima, visto che risale a circa duecento milioni di anni fa, come testimoniano i fossili ritrovati: questo giustifica l’appellativo di “fossile vivente”. Le sue foglie hanno un picciolo molto lungo che si prolunga a forma di ventaglio, dall’aspetto triangolare, con venature che si dipartono dalla base fino al margine superiore: le foglie sono di colore verde chiaro in estate e prima di cadere, assumono una sfumatura dorata.

GALLERIA MULTIMEDIALE